Xyauyù 2019
€ 30,00Xyauyù 2019 è l'ultima new entry della Riserva Teo Musso. Una birra da divano iconica tutta da gustare.
La birra IGA, cioè Italian Grape Ale, è uno dei fenomeni più affascinanti nati nella birra artigianale italiana negli ultimi decenni.
In un Paese senza una tradizione brassicola paragonabile a quella di altre nazioni europee, l’Italia è riuscita comunque a imporsi come laboratorio creativo, fino a vedere riconosciuto ufficialmente il primo stile birrario di origine italiana: quello delle Italian Grape Ale.
IGA è l’acronimo di Italian Grape Ale. Con questa espressione si indica una birra con uva o mosto d’uva tra gli ingredienti, nata in Italia e riconosciuta dal BJCP come primo stile birrario di origine italiana.
Quando si parla di birra IGA si parla dunque di Italian Grape Ale: una birra che mette in dialogo il mosto di birra e il mosto d’uva, creando un ponte tra cultura brassicola e cultura vitivinicola. Per questo viene spesso descritta come l’anello di congiunzione tra birra e vino.
Le IGA sono infatti realizzate miscelando al mosto di birra quello di uva, aggiunto in percentuale variabile a seconda delle caratteristiche del vitigno o dei vitigni scelti. Il risultato non deve essere un ibrido indefinito, ma una birra capace di aprirsi alle suggestioni del vino senza perdere la propria identità brassicola.
La nascita delle Italian Grape Ale non è un episodio isolato, ma il frutto di un contesto preciso. Nei primi anni Duemila l’esplosione dei microbirrifici artigianali italiani ha creato le condizioni ideali per una nuova stagione di sperimentazione: ingredienti locali, libertà creativa e desiderio di costruire una via italiana alla birra.
La prima Italian Grape Ale commercialmente disponibile arrivò nel 2006 per opera del birrificio sardo Barley. Il birraio Nicola Perra lanciò BB10, un’Imperial Stout brassata con l’aggiunta di sapa, cioè mosto cotto, di uve Cannonau. Quella birra colpì profondamente sia i consumatori sia gli addetti ai lavori, aprendo una strada che altri birrai artigianali italiani avrebbero percorso nel giro di pochi anni.
Da quel momento iniziarono ad arrivare sul mercato decine di birre con uva o mosto d’uva, ancora prive di una definizione condivisa. Il nome “Italian Grape Ale” fu coniato nel 2015 dal BJCP, il Beer Judge Certification Program, quando inserì queste birre tra gli stili ufficiosi delle proprie Style Guidelines, considerate un riferimento fondamentale nel mondo birrario.
Quel passaggio segnò una vera consacrazione: non solo per lo stile, ma per l’intero movimento italiano. In breve tempo le IGA diventarono oggetto di articoli, degustazioni e approfondimenti. Nel 2019 l’espressione “Italian Grape Ale” fu accolta dalla Treccani tra i neologismi del suo vocabolario. Nel 2021 arrivò anche l’IGA Beer Challenge, il primo concorso internazionale dedicato a questo stile: un segnale chiaro della sua maturità e della sua rilevanza oltre i confini italiani.
Oggi si stima che in Italia siano prodotte oltre 200 Italian Grape Ale da circa 140 birrifici diversi.

L’evoluzione dello stile in vent’anni Se volessimo sintetizzare il percorso delle IGA in poche tappe, la linea è chiara:
2006, BB10 di Barley;
2015, riconoscimento del BJCP;
2019, ingresso del termine nella Treccani;
2021, primo concorso internazionale dedicato.
È il racconto di uno stile giovane, ma già capace di lasciare un segno profondo nella cultura della birra artigianale italiana.
Una curiosità significativa riguarda anche Teo Musso di Baladin, che già alla fine degli anni Novanta produsse una birra con mosto di Dolcetto chiamata Perbacco. Non fu mai ufficialmente proposta sul mercato, ma il suo valore simbolico resta fortissimo: racconta quanto il dialogo tra birra e vino fosse già nell’aria, ancora prima che le IGA ricevessero un nome.
Le IGA sono figlie di un’intuizione molto italiana: far incontrare due culture fermentative che per lungo tempo sono sembrate lontane, se non contrapposte. In questo senso, la birra con uva non è soltanto una sperimentazione tecnica, ma anche un gesto culturale. Indica una strada comune tra birra e vino, fatta di ascolto reciproco, sensibilità territoriale e voglia di creare linguaggi nuovi.
L’Italia è probabilmente il contesto più naturale per la nascita delle IGA. Da una parte c’è una tradizione vitivinicola millenaria, profondamente radicata nei territori e nei vitigni locali. Dall’altra c’è una scena brassicola giovane, libera, curiosa, abituata a sperimentare. È proprio dall’incontro tra queste due anime che può nascere uno stile come questo.
Produrre una buona IGA, però, non è semplice. Il contributo della cantina che fornisce il mosto è fondamentale, perché la qualità del risultato dipende anche dalla capacità di gestire un ingrediente vivo, espressivo e delicato come l’uva. Serve uno scambio autentico di competenze: il birraio porta la propria esperienza su fermentazione, equilibrio e struttura; la cantina conosce a fondo il profilo del vitigno, i suoi zuccheri, la sua intensità aromatica, il suo carattere.
Da questa collaborazione può nascere qualcosa di davvero coerente con il territorio. Molte IGA sono infatti prodotte con vitigni locali, talvolta poco valorizzati o dimenticati. È anche per questo che lo stile interpreta così bene uno dei temi più cari alla birra artigianale italiana: il legame con la terra e con la comunità che la abita.
Lo stile delle IGA è tra i più elastici in assoluto. Impone pochissimi vincoli al birraio e lascia grande libertà in termini di colore, gradazione alcolica, acidità e impostazione aromatica. Persino il tipo di fermentazione può variare: nonostante il nome, un’Italian Grape Ale può essere prodotta anche a bassa fermentazione. L’unico vero elemento imprescindibile è la presenza dell’uva o, più spesso, del suo mosto.
Dal punto di vista organolettico, una buona IGA deve mantenere un equilibrio preciso. Il carattere del vino non deve prendere il sopravvento fino a cancellare quello della birra. L’uva deve arricchire, non snaturare.
Cosa cambia nel bicchiere? Le variabili sono moltissime, e una delle più importanti riguarda il vitigno scelto. In linea generale, l’uso di uve bianche aromatiche può portare nel bicchiere note più floreali, fresche e fruttate. Le uve rosse più strutturate possono invece aggiungere sfumature più profonde, talvolta di frutta scura, talvolta con accenti più vinosi o una sensazione tannica più evidente.
Il Cannonau della BB10 di Barley e il Dolcetto evocato dalla Perbacco di Teo Musso sono due indizi utili per capire quanto il vitigno possa orientare il profilo finale della birra.
Mosto, sapa, vinacce, grappolo intero. L’uva può essere usata in forme diverse, e ogni scelta apre possibilità differenti. Il mosto è la soluzione più comune e diretta. La sapa, cioè il mosto cotto, introduce una componente più concentrata e particolare, come nel caso della BB10. In altri casi si possono usare grappolo intero, vinacce o uva appassita, ciascuno con effetti diversi sul profilo aromatico e sulla struttura.
Per la legislazione italiana, invece, non è possibile usare mosto d’uva fermentato. È un limite normativo da tenere presente quando si parla di produzione di birra con mosto d’uva nel nostro Paese.
Dal punto di vista produttivo, una Italian Grape Ale parte da una base brassicola vera e propria: acqua, malto, luppolo e lievito. A questa struttura si aggiunge il contributo dell’uva, generalmente sotto forma di mosto, in una percentuale variabile in base agli obiettivi del birraio e alle caratteristiche della materia prima.
La quantità di mosto d’uva può cambiare sensibilmente da birra a birra. Proprio questa elasticità è uno degli elementi che rende lo stile così ricco e difficile da chiudere in definizioni troppo rigide.
Anche il momento dell’aggiunta incide sul risultato finale. Il mosto d’uva può entrare nel processo in fasi diverse della produzione, e questa scelta influenza l’intensità del suo impatto aromatico e gustativo. È uno dei motivi per cui non esiste una sola “Italian Grape Ale ricetta”, ma un insieme molto ampio di interpretazioni.
Per chi si avvicina allo stile da appassionato o da homebrewer, questo aspetto è importante: la birra IGA può sembrare semplice da intuire sulla carta, ma nella pratica richiede grande attenzione all’equilibrio tra componente brassicola e componente vinosa.
Vista la varietà dello stile, non esistono regole uniche di servizio. La temperatura dipende soprattutto dalla gradazione alcolica e dalla struttura della birra, mentre il calice da vino resta una delle scelte più versatili nella maggior parte dei casi.
Per alcune IGA può funzionare bene anche un bicchiere da degustazione come il TeKu, progettato da Teo Musso insieme a Lorenzo Kuaska e diventato negli anni un riferimento per la degustazione birraria. La scelta del bicchiere, anche qui, dipende dal profilo del prodotto e da ciò che vuoi mettere in evidenza.
Anche negli abbinamenti le Italian Grape Ale mostrano tutta la loro flessibilità. Le versioni più leggere, floreali e fresche possono accompagnare bene fritti di pesce e preparazioni delicate. Le interpretazioni più strutturate si prestano invece a piatti più intensi, come carni a lunga cottura. Esistono poi IGA che possono dialogare con il mondo del dessert, soprattutto quando la componente dell’uva si fa più morbida o avvolgente.
Più che cercare una regola rigida, conviene seguire il carattere della birra. È questo, in fondo, il modo migliore per avvicinarsi a uno stile che vive di sfumature.
Le IGA non sono l’unico modo di raccontare il dialogo tra birra e vino. Esistono altre strade, diverse ma complementari, che esplorano lo stesso confine culturale e sensoriale.
Quando la birra dialoga con i grandi vini ossidati. Un esempio emblematico è la Xyauyù di Baladin, il Barley Wine con cui Teo Musso ha voluto evocare le suggestioni dei grandi vini ossidati come Madeira, Sherry e Marsala. In questo caso non c’è aggiunta di uva: il ponte con il mondo del vino nasce invece da una lunga maturazione in botte e dal controllo del processo ossidativo.
Il risultato segue una logica diversa rispetto a quella della birra IGA, ma parla la stessa lingua di fondo: quella della contaminazione consapevole tra mondi fermentativi diversi. È un altro modo, tutto italiano, di mostrare che birra e vino non devono per forza restare distanti.
Xyauyù 2019 è l'ultima new entry della Riserva Teo Musso. Una birra da divano iconica tutta da gustare.
La birra IGA è una Italian Grape Ale, cioè una birra con uva o mosto d’uva tra gli ingredienti. È il primo stile birrario di origine italiana riconosciuto ufficialmente dal BJCP.
IGA significa Italian Grape Ale, espressione che identifica una birra italiana nata dall’incontro tra mosto di birra e mosto d’uva.
Non esistono vincoli rigidi sul vitigno. Nel testo compaiono esempi come Cannonau e Dolcetto, ma in generale lo stile lascia grande libertà e valorizza spesso varietà locali.
L’IGA è una birra con uva o mosto d’uva, legata al contesto italiano e al dialogo tra birra e vino. L’IPA è invece uno stile centrato soprattutto sul luppolo e sulla sua intensità aromatica e amara. Sono due famiglie molto diverse, pur condividendo la sigla finale “Ale”.
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