Beermouth
€ 32,00Beermouth è lo spirits di Baladin nato per reinterpretare la tradizione del Vermouth: è l’unione della birra Baladin e di 13 botaniche.
La tendenza alla contaminazione è uno dei grandi temi della cultura enogastronomica contemporanea. L’idea di far incontrare mondi diversi in un unico prodotto è affascinante, ma può comprensibilmente irritare i puristi di entrambi gli schieramenti.
Per molti anni, ad esempio, la creazione di cocktail che prevedessero la birra come uno dei propri ingredienti è stata osteggiata dagli appassionati della nostra bevanda, perché vista come una consuetudine eretica e dissacrante. Nel tempo, però, i professionisti della mixology sono riusciti a convincere consumatori e birrai e oggi quello dei cocktail con la birra è un fenomeno in forte crescita, con potenzialità espresse solo in parte.
D’altro canto il matrimonio tra birra e cocktail non è mai stato facile. Tra le numerosissime ricette riportate in uno dei testi di riferimento del bere miscelato, cioè lo storico How to Mix Drinks del “Professore” Jerry Thomas, sono riportati solo otto drink alla birra. Un sodalizio che appariva difficile già a metà del XIX secolo (periodo di pubblicazione dell’opera) e che certo non invertì la rotta nei decenni successivi.
Un ulteriore colpo a questo possibile connubio arrivò con la globalizzazione del mercato brassicolo: la diffusione dei prodotti delle multinazionali, perlopiù dal gusto anonimo e tutti simili tra loro, non fu certo un elemento che solleticò la fantasia dei bartender.
Quello dei cocktail alla birra è, dunque, un fenomeno relativamente recente e sviluppatosi come conseguenza della rivoluzione internazionale della craft beer. Il recupero di tanti stili birrari e l’esplosione di sapori che ha contraddistinto il settore ha fornito al mondo della mixology un ingrediente finalmente intrigante, con possibilità d’impiego del tutto nuove.
Il trend si è sviluppato inizialmente negli Stati Uniti, vincendo le fisiologiche resistenze iniziali e approdando poi in Europa, dove ha iniziato a sedurre anche i birrifici (nonché i bevitori) del Vecchio Continente.
SSe le birre fortemente luppolate non rappresentano un ingrediente facile da domare nel bere miscelato, è con altre tipologie che le ricette possono arricchirsi di sfumature inusuali e suadenti.
Stout e Porter: base tostata e note “dessert”
Le Stout e le Porter, grazie ai malti scuri che le caratterizzano, offrono una base tostata interessante, contraddistinta da note di cacao e caffè: un profilo che si sposa bene con distillati scuri e ingredienti cremosi o speziati.
Birre con acidità: più equilibrio e “slancio”
La (più o meno) delicata acidità presente in alcuni stili (Blanche, Berliner Weiss, Wheat Beer) può conferire un livello gustativo aggiuntivo, bilanciando perfettamente un cocktail con birra e alleggerendo la percezione dolce o alcolica del drink.
Le birre alla frutta sono un’altra categoria brassicola che ben si adatta alla mixology, per motivi piuttosto ovvi: portano profumi riconoscibili e una componente aromatica già “pronta” da integrare.
Alcune produzioni presentano un mix di questi elementi (tostature, acidità, frutta, spezie), fornendo ulteriori possibilità al bartender di turno e aprendo la strada a cocktail più personali e meno “telefonati”
Per rendere davvero riusciti i cocktail con la birra, non basta “aggiungerla” alla ricetta: serve una logica di equilibrio.
Chiediti prima che ruolo deve avere la birra:
protagonista (la senti nettamente e guida il profilo aromatico);
supporto (apporta bollicina, corpo o una nota specifica);
chiusura/top (completa il cocktail con schiuma e profumo).
Se la birra è molto delicata, rischia di sparire in presenza di distillati marcati; se è troppo intensa, può coprire tutto il resto.
l’amaro (soprattutto luppolato) può irrigidire il drink;
la dolcezza può essere smorzata dall’acidità o dall’amaro;
l’acidità tende a “pulire” e rendere più dinamico il sorso.
L’obiettivo è evitare che una componente domini le altre, soprattutto nel finale.
Nei beer cocktail contano molto anche:
temperatura di servizio (troppo freddo chiude aromi, troppo caldo appesantisce);
carbonazione (una birra molto frizzante può amplificare alcol e amaro).
Sono aspetti spesso sottovalutati, ma decisivi per un risultato “pulito”.
Di seguito tre dei cocktail alla birra più conosciuti:
Consiste in un curioso blend di Champagne e Stout (in parti uguali) in cui convivono percezioni opposte sia a livello gustativo sia tattile.
Costruito su un mix piuttosto vario: due dita di Gin, due di Whisky, due di Rum, due di Porto, due di brandy e una bottiglia da 33 cl di Imperial Stout. A concludere il tutto una goccia di Champagne.
Nato dall'unione di una birra chiara (60%), Tequila (20%) e Red Bull (20%). Il tutto servito con una mezza fetta di arancia.
A volte è il mondo della miscelazione a ispirare gli stessi birrai: non sono una rarità le birre modellate secondo le ricette di celebri cocktail o long drink, come il Sazerac, il Gin Tonic, il White Russian o il Manhattan.
Uno degli ultimi casi di prodotto ibrido realizzato in Italia è stato il Beermouth del birrificio Baladin: un Vermouth ottenuto da una miscela di 13 botaniche innestata su una base di birra, nello specifico la Xyauyù della casa. Una delle destinazioni per eccellenza del Beermouth sono proprio i cocktail, grazie alla ricchezza aromatica che ben si adatta al mondo della mixology.
Beermouth è lo spirits di Baladin nato per reinterpretare la tradizione del Vermouth: è l’unione della birra Baladin e di 13 botaniche.
In genere risultano più “gestibili” le birre con profili tostati, fruttati o leggermente acidi, perché aggiungono complessità senza imporre un amaro invadente.
Possono funzionare, ma non sono le più semplici: l’amaro e l’aromaticità del luppolo richiedono un bilanciamento preciso per non rendere il drink spigoloso.
Entrambe possono andare bene: la differenza la fanno freschezza, stabilità della carbonazione e corretta conservazione. Il punto è usare una birra integra, non ossidata e non “stanca”.
Quello dei cocktail alla birra è un mondo variegato e in forte ascesa, che sta vincendo la diffidenza iniziale e sta affascinando bartender e birrai. Parlare di mixology e birra non è più un’eresia, come mostrano locali e iniziative ormai ampiamente diffusi negli Stati Uniti così come in Europa.
Le possibilità aromatiche dell’impiego della birra nel bere miscelato sono virtualmente infinite, considerando soprattutto che sono due universi destinati a evolvere ancora in futuro e a influenzarsi a vicenda. Solo il futuro ci dirà quali sono i confini di questo particolarissimo connubio.
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