Birra artigianale italiana: nascita stili tendenze

La rivoluzione della birra artigianale è uno dei più importanti fenomeni culturali degli ultimi quarant’anni.

La sua diffusione a livello internazionale ha permesso ad alcune nazioni non tradizionalmente legate a questa bevanda di conquistare l’attenzione del mercato. Così oggi accanto a storiche superpotenze brassicole come Germania, Regno Unito e Belgio, stanno fiorendo alcune realtà molto interessanti, capaci di accreditarsi nell’ambiente in tempi relativamente brevi. In questo senso l’Italia è giustamente considerata una delle nazioni emergenti più importanti in assoluto: in pochi anni è riuscita a ottenere il favore di tanti osservatori stranieri grazie a una scena birraria molto vivace e spesso in grado di non temere confronti in termini di qualità.

 

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Le origini del movimento

Nell’ambiente è ormai consuetudine considerare il 1996 l’anno di nascita della birra artigianale italiana. È una data simbolica, poiché alcuni microbirrifici avevano aperto i battenti già qualche mese prima: Beba a Villar Perosa (TO), Turbacci a Mentana (RM), Centrale della Birra a Cremona e Vecchio Birraio in provincia di Padova. Eppure fu proprio nel 1996 che nacquero tre produttori capaci di influenzare profondamente l’evoluzione del settore: Baladin a Piozzo (CN), Birrificio Italiano a Lurago Marinone (CO) e Birrificio Lambrate a Milano. L’importanza di queste tre aziende è rimasta intatta dopo più di vent’anni: ancora oggi sono considerate punti di riferimento nell’ambiente e riconosciute per il loro altissimo livello qualitativo.

In realtà risale agli anni ’80 il primo esperimento di birrificio artigianale: nel 1985 Peppino Esposito aprì il suo minuscolo St. Josef’s a Sorrento, che ebbe però vita breve. Fu un caso isolato e unico per l’epoca, che anticipò fin troppo i tempi in un periodo in cui il concetto di birra artigianale era del tutto sconosciuto in Italia.

Le tendenze della scena nazionale

L’elemento che ha caratterizzato sin dall’inizio la scena italiana è stata l’assenza di una tradizione brassicola alle spalle. Questa peculiarità – chiaramente comune a tutte le realtà emergenti – ha rappresentato un’arma a doppio taglio. Da una parte ha permesso ai birrai italiani di sperimentare con libertà, poiché non vincolati da antiche consuetudini produttive, magari consolidatesi nei secoli; dall’altra ha però richiesto una lunga fase di rodaggio, necessaria per acquisire le giuste competenze e potersi muovere con consapevolezza tra i vari stili birrari. Ad eccezione di alcune oasi felici, nei primi anni la qualità media delle produzioni è rimasta piuttosto deficitaria. Tuttavia il livello si è alzato anno dopo anno e oggi la situazione è ben diversa.

Secondo Unionbirrai, attualmente in Italia sono attivi circa 700 birrifici artigianali e 300 beer firm, marchi cioè che non dispongono di un proprio impianto di produzione. È un numero molto alto, frutto delle tantissime nuove aperture che si sono succedute soprattutto nella prima parte degli anni ’10: tra il 2010 e il 2016 il totale delle aziende brassicole si è più che triplicato, passando da 270 a 927 unità. Il ritmo è rallentano decisamente negli ultimi due anni (ma il bilancio si è comunque mantenuto in positivo), mostrando un contraccolpo abbastanza fisiologico. L’Italia è, infatti, pur sempre il paese col più basso consumo pro-capite in Europa.

Gli stili italiani

Per le ragioni espresse in precedenza, i birrai italiani sono considerati tra i più creativi al mondo. Questo aspetto ha permesso nel tempo lo sviluppo di alcuni filoni produttivi, che più volte sono stati proposti come veri e propri stili birrari di origine italiana.

Nei primi anni del movimento italiano, ad esempio, ebbero ampia diffusione le birre alle castagne. Praticamente ogni birrificio propose la sua versione, seguendo tecniche diverse: il frutto fu utilizzato come farina, in forma di caldarrosta, come miele di castagno o ancora intero essiccato. La moda durò qualche anno, poi rapidamente scemò in favore di stili più appetibili per il grande pubblico.

Nel 2015 l’organismo internazionale BJCP (Beer Judge Certification Program) ha ufficializzato il primo “quasi” stile birrario italiano, denominato Italian Grape Ale. Con questo nome si identificano birre realizzate con uva, sia in forma di frutto sia – più spesso – in forma di mosto. In altre parole rappresenta l’anello di congiunzione tra il mondo della birra e quello del vino ed è facile comprendere perché è stato associato al nostro Paese.

L’Italia è, dunque, una nazione birraria in forte ascesa e relativamente giovane. In poco più di venti anni è stata in grado di passare dal nulla brassicolo a una scena dinamica e intrigante, che affascina gli appassionati di tutto il mondo. Il futuro è più roseo che mai.


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